DANZA

Tu non mi perderai mai

today6 Agosto 2025 1369 2

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Nel principio fu la distanza.

Una donna attraversa la scena, e il suo camminare dalla platea sembra avere il suono di una preghiera non detta. Desidera prima ancora di sapere cosa. Si apre una fame che non nomina l’oggetto. Un vuoto sottile, seducente, in cui l’amore si fa tensione che il corpo reclama. Il passo seguente non si pone mai come movimento compiuto, ma come impulso sospeso: un’eco che pulsa nella carne.

All’origine fu il gesto.

Un movimento infinitesimo, quasi un fremito della pelle, diventa moto d’anima. “Tu non mi perderai mai” è una coreografia del 2005 di Raffaella Giordano (poetessa del linguaggio coreografico, fondatrice della compagnia Sosta Palmizi e artista di straordinaria raffinatezza), uno spartito fisico dell’invisibile, un canto del corpo all’amore che non conosce requie. Venti anni dopo, è Stefania Tansini ad accoglierne il respiro. Non lo ripete, non lo traduce, non lo interpreta semplicemente: lo lascia passare attraverso di sé, rivestendo letteralmente i passi, i linguaggi e gli abiti di Raffaella Giordano ma sulla sua pelle, attraverso ogni fibra del suo corpo. Il risultato non è una replica, ma una forma rinnovata di presenza, una trasfigurazione.Ispirata liberamente al Cantico dei Cantici, quel poema millenario in cui l’amore è desiderio e timore, tenerezza e assenza, la coreografia non cerca l’allegoria. La danza non illustra, non narra. È il segno stesso di una scrittura antica, fatta di intermittenze, di fughe, di abbandoni.

E proprio in quell’arresto, in quella micro-interruzione del flusso, si annulla la vertigine del desiderio. Un abbraccio che non si chiude, ma si alimenta nel vuoto.

L’amore avanza come un pensiero che arde prima ancora di farsi corpo. Stefania Tansini incide lo spazio con la fragile ostinazione di chi cerca l’invisibile, con movimenti che sembrano domandare, con il corpo, “dove sei, amore mio?”. Eppure il “tu” è anelo che vive nell’assenza. Non risponde. È ovunque e mai lì. Non arriva, ma resta: nell’attesa, nel respiro trattenuto. È abisso e richiamo. Come nel Cantico dei Cantici, l’amante bussa, ma quando la donna apre la porta, non lo trova più. E allora si cerca, si invoca, si trattiene, in un passo a due con l’essenza. In quella fenditura tra visibile e mancante si spalanca il senso profondo: non ti perderò mai, perché non ti ho mai davvero posseduto. Il corpo si muove come se ogni articolazione fosse un verso spezzato. Ogni gesto si tende come un filo d’acqua nel vuoto. Il piede sfiora e poi solca la terra, la mano non trova che aria. Le braccia, che a tratti sembrano richiamare l’icona erotica e dolcissima della Canzone di Salomone dipinta da Egon Tschirch nel 1923, qui si affusolano arrotondate e illuse con la lentezza febbrile di un desiderio che non trova pelle da toccare, ma insiste, nella brama di un amplesso che, così, resta sospeso, trattenuto — e proprio in quell’arresto, in quella micro-interruzione del flusso, si insinua la vertigine del desiderio. Un abbraccio che non si chiude, ma si alimenta nel vuoto. È una carne che sogna altra carne. È una sete che danza. È lì che prende forma la promessa: tu non mi perderai mai.

Il Cantico diventa trama invisibile, l’assenza uno spettro palpabile che accende il desiderio e rinfocola il timore di una perdita. Ogni curva del busto, ogni oscillazione del peso del corpo, sembra un tentativo di chiamare l’assenza a risposta di quell’abbraccio mancato, persistendo nel miraggio del ritrovamento. In questo senso, l’ancestrale del gesto si fa domanda, e insieme voto. Tutto, nella partitura della Giordano, vive di questo infinito rincorrersi. C’è una bellezza che si offre, ma che non si lascia indagare. Ed è lì che in sala si esperisce l’inconsistenza di una danza d’ombra, fatta di ritorni impossibili e di parole non dette: un sentimento che si fa chimera, attesa, visione. Anche lo spazio è nudo, un altare senza idolo, illuminato da una luce che non consola. Un piccolo mucchio di terra a bordo scena, un abito a due pezzi che non reclama attenzione. Si procede per sottrazione, negazione del superfluo, perché il desiderio si scrive nel vuoto. In questa nudità, si apre un paesaggio interno: l’ombra di un’assenza che si fa compagnia, il suono segreto di un passo a due interrotto, sfalsato, tronco.

Eppure, non c’è grigia nostalgia. C’è solo l’amore nella sua forma più arcana, semplice e spietata: quella che si offre, a garanzie d’illusione, tra la paura di perdersi e la necessità di restare.

E quando le luci si spengono e il corpo di Stefania si ritira, resta un vuoto colmo.

Un canto.

LA promessa, Tu, davvero, non mi perderai mai.

 


 

Ascolta l’intervista a Raffaella Giordano:

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Scritto da: Rotopalco

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