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Sulle rive del Tevere, si erge un ponte anonimo, immerso in uno spazio urbano periferico. Alcuni graffiti e giunchi incolti sembrano i più antichi abitanti del luogo. Una pista ciclabile attraversa il ponte, costeggiando la carreggiata. È l’ora del tramonto. Sul finire di un’invernale giornata di pandemia, alcune persone timidamente riscoprono la bellezza di una passeggiata all’aperto, abituate alla costrizione dei loro corpi all’interno dello spazio domestico.
L’inquadratura si concentra su due persone, un uomo e una donna, entrambi di mezza età. Si osservano distrattamente da lontano, tesi alle loro attività. La donna cammina, misurando ogni passo, come alla ricerca di qualcosa o alla (ri)scoperta del suo corpo in movimento. Giunge la sera, e l’uomo, che fino ad allora era stato impegnato nell’osservazione dello spazio circostante, si avvicina incuriosito alla donna, che, scalza, saggia la freschezza della pista ciclabile. Una musica, quasi interiore, guida la donna. Insieme all’uomo, che continua a guardarla in ammirazione, scopriamo che si tratta di una ballerina, intenta a una coreografia intima. Paola Autore, performer e coreografa di questo progetto, disegna movimenti rotondi, dalla geometria morbida, inframezzati a momenti di rottura. Una prima interruzione di questa danza costringe i due a guardarsi negli occhi,
nel silenzio della notte. L’uomo, allora, di chiara origine ispanica, estrae un charango dalla custodia. Manca una corda. Né l’uomo né il suo strumento erano preparati all’incontro, al ritorno a una bellezza condivisa, una comunicazione autentica. La spontaneità di questo appuntamento è intonata dal musicista (Raul Gutierrez) nei termini di una zampillante tenerezza.
Dal montaggio, a cura di Mattia Napoli, e dai cambi d’abito di Paola Autore, è evidente che gli incontri serali dei protagonisti proseguono per un tempo indefinito, su una coreografia che di volta in volta si arricchisce di spazi di improvvisazione più liberi – segno di una maggiore confidenza con il luogo e con il compagno sconosciuto – e sulla medesima traccia sonora. Una sera, però, una telefonata li interrompe. Un dialogo verbale in italiano interrompe la comunicazione, creando una distanza sofferta. Il regista Massimo d’Orzi introduce allora un terzo personaggio, fino a questo momento relegato al ruolo di spazio scenico, trasformandolo nel narratore onnisciente della narrazione. Più dei protagonisti e di noi, il ponte conosce la profondità di
quel legame, diventandone non solo la condizione d’esistenza, ma il punto d’osservazione. A questa scelta di regia coadiuvano le coreografie, abilmente costruite sulla geometria urbana. I movimenti si adattano allo spazio, sfruttandone i punti di forza.
Il ponte, dunque, sa che anche dopo l’interruzione telefonica i due si incontreranno ancora. E, infatti, il musicista e la danzatrice, che nulla sanno di loro se non la diversità delle loro provenienze e dei loro linguaggi di comunicazione – la musica e la danza – si ritrovano per un ultimo dialogo.
Questa volta, però, il musicista introduce la musica con una dichiarazione in spagnolo, una confessione verbale accompagnata da una improvvisazione che segue il ritmo e l’intenzione delle parole. Ricomincia la musica, ritorna l’incanto, ammirato dagli occhi, delimitati delle mascherine, di un pubblico occasionale. Al termine della performance, per la prima volta, i protagonisti condividono uno spuntino notturno, spogliandosi delle mascherine. Squilla il telefono, ma questa volta, per l’ultima notte insieme, l’unione dei loro sguardi lascia intendere che non c’è compagnia più essenziale di quella sul (e del) ponte.
Scritto da: Rotopalco
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