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Il termine “confine” deriva dal latino confīnis, composto da cum- (insieme, con) e finis (fine, limite).
Lessema attualmente fonte di pubblico contraddittorio, “confine” è la chiave di lettura in grado di scardinare le imposte sceniche di “Scusate se non siamo morti in mare”, spettacolo scritto e diretto da Emanuele Aldrovandi, in scena allo Spazio Diamante di Roma dal 12 al 15 febbraio 2026. Etimologicamente, significa “che ha il limite in comune”, una linea di demarcazione che insieme separa e unisce due sezioni di un medesimo intero, sia esso fisico, geografico, politico, umano.
Parliamo, infatti, di migrazioni.
Il plurale è d’obbligo per un progetto che è già di per sé protagonista di un proprio audace esodo, passando, dopo dieci anni dal debutto, dalla regia di Pablo Solari a quella di Aldrovandi. Un gesto talmente naturale – e forse anche abusato – per i grandi classici, quanto inusuale e apparentemente artificioso per i testi contemporanei, che raramente conoscono allestimenti diversi dal primo. Eppure, non solo l’intera pièce sembra salpare sull’onda di questa contraddizione produttiva, ma in questo senso suggerisce al pubblico un’arguta prospettiva di visione sulle migrazioni in scena.
La brumosa penombra di un porto è squarciata da un indistinto via vai di giacche cerate, quando inizia l’imbarco, e per i tre migranti clandestini della pièce (da testo Robusto, Alto e Bella) e per il pubblico. In un futuro non molto lontano, i clandestini tentano di lasciare l’Europa per abbracciare la speranza di una vita migliore. Si affidano a un trafficante, Morbido, che in cambio di 2000 dollari garantisce loro un viaggio in sicurezza all’interno di un container merci.
Dalle prime battute è evidente che testo e regia procedono “sul confine”, costantemente in bilico, in una funambolica prova di nervosa misura. A partire dalla scenografia, firmata da Francesco Fassone, il realismo dell’imponente container arancione che occupa la scena per intero si sloga, mostrando una precarietà latente ma consustanziale, tra la morbidezza delle funi, l’instabilità delle sue rotazioni e alterazioni (manovrate fisicamente da un mozzo muto e dai migranti) e la sottigliezza delle sue pareti viste in sezione. L’effimera direzione del pensiero che condurrebbe lo spettatore a ipotizzare un procedimento per contrasto si rivelerebbe deviata e al contempo progressivamente costeggiata. Non si tratta di rappresentare delle contraddizioni, bensì di valorizzarle per abitare scomodamente la frontiera culturale che ha tracciato quella via, o almeno è quel che le scelte sceniche di Emanuele Aldrovandi sembrano indicare. All’interno del container, però, dove il testo mostra un compiaciuto sadismo nei confronti dei personaggi e una comicità crudele al limite del cinismo, gli interpreti vivono la surrealtà di questo habitat con stridente agevolezza.
A niente sembra valere la spietata chiarezza del testo, che mira indubbiamente alla costruzione di un’architettura decadente, in cui l’elemento onirico portato in scena dal Morbido possa convivere per contrasto con la ferocia sul container, in cui, da testo, non ci si penserebbe due volte a uccidere il prossimo per dubbio o per sfizio (se vi è una differenza, per l’autore). Perché, se pure l’onirico riesce a disarcionare i picchi di realismo raggiunti dai dialoghi tra i migranti – riportando la platea a una scomoda quanto intrigante distanza estetica – a bordo non si rileva tensione tra gli interpreti, rischiando, da un lato di avvilire la vivacità letteraria e la profondità alienante del testo, dall’altro di sfaldare la rotta che la regia di Aldrovandi potrebbe navigare con successo.
Il premio Ubu per il miglior spettacolo teatrale è stato vinto quest’anno da A place of safety (recensito qui per voi), una testimonianza in forma di allestimento scenico che inquadra cause, modalità e protagonisti dietro alle migrazioni nel Mediterraneo centrale. Lì più che una forma molto convincente di realismo, era la realtà a salire sul palco a indignare un borghese senso civico, con risultati convincenti, grazie anche a una studiata partecipazione emotiva indotta. Scusate se non siamo morti in mare ribalta questa narrativa, l’obiettivo è la riflessione più che l’indignazione, qui il riconoscimento non avviene per pietas e per umano senso di appartenenza a una comunità europea che foraggia con le proprie tasse un crimine contro l’umanità, bensì – e qui risiede il gioco sottile dell’artista – per verosimiglianza. Il percorso drammaturgico prima e registico in potenza dovrebbe agevolare lo spettatore a evitare faziosità, per non empatizzare con i migranti, un distacco utile a riconoscersi con occhio estraneo nelle dinamiche di potere messe in scena.
Tutto sul container è fin troppo surreale perché abbia un riscontro nella realtà, ma sarebbe abbastanza verosimile da permetterci di specchiarci nelle relazioni, portando anche la fruizione su una soglia che divida e fonda disillusione e riso, disgusto e compassione. L’essere umano di Aldrovandi è l’unico animale in grado di autosabotare i suoi più sani istinti ferini di socialità, cambiamento ed empatia, schiavo com’è della magnifica civiltà progressista. Aldrovandi semina abissi tra le naturali aspirazioni dei personaggi e i mezzi disfunzionali con cui tentano di realizzarle. Amore, socialità, fiducia, riscatto sono desideri inesorabilmente in sospeso. Persino al culmine della disperazione, dopo che una tempesta fa naufragare tutti i personaggi, la loro assuefazione alla civiltà li guiderà incontro alla constatazione della loro inadeguatezza alla vita.
Ma è nei non detti che lo spettacolo e il testo – finalista al Premio Riccione e al Premio Scenario 2015 – raggiungono la loro eleganza politica, proprio nella sua antistoricità, che esalta a paradigma contemporaneo quel che a prima vista si sarebbe etichettato come dispotico. Scusate se non siamo morti in mare non è uno spettacolo sulle migrazioni, ma su quella linea invisibile ma ingombrante tra chi siamo nella cattività dei nostri confort e una natura che non abbiamo mai davvero avuto interesse a conoscere. La migrazione sarebbe stata solo l’ultima delle azioni naturali che l’uomo è capace di rendere clandestina e artificiosa – una migrazione che si auspica non solo di domicilio ma di prospettiva – , a patto che l’arguzia drammaturgica fosse sostenuta in scena. Un naufragio glorioso, tra balene futuristiche e sangue che sa di antico melograno, ancora alla ricerca dei propri confini.
Visto allo Spazio Diamante il 12 febbraio 2026
testo e regia Emanuele Aldrovandi
con Debora Zuin, Tomas Leardini, Luca Mammoli, Sara Manzoni, Vincenzo Di Giovanni
scene Francesco Fassone
luci Fabio Bozzetta
costumi Costanza Maramotti
movimenti Olimpia Fortuni
suoni e musiche Riccardo Tesorini
trucco Giorgia Blancato
aiuto regia Bianca Giardina
Produzione Associazione Teatrale Autori Vivi e Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale
Spettacolo selezionato da Next – Laboratorio delle Idee per la produzione e programmazione dello spettacolo lombardo
Scritto da: Rotopalco
Emanuele Aldrovandi Spazio Diamante
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