FESTIVAL

Oltre. La comunione della neve

today29 Dicembre 2025 979 65 5

Sfondo
share close

Delle mani, prima di tutto, di quel bianco che è candore di deposito, il bianco della neve quando smette di essere mero fenomeno atmosferico e non ha ancora deciso cosa diventare — sudario, forse, o dispensa. Salgono sulle ginocchia di uno spettatore in prima fila, poi sulle spalle, poi sulla testa del vicino, arrancando verso l’alto come se la platea fosse roccia viva. Allargando lo sguardo, in un’epifania ritardata, alla vista delle mani aggiungiamo quella delle gambe filiformi, delle giunture, del petto squarciato a metà, pronto ad aprirsi, frammenti di sguardi che compongono i due puppets ad altezza umana intenti a scalare la platea del Teatro Vascello. Sono i simulacri di Roberto Canessa e Nando Parrado, i due rugbisti che nel dicembre del 1972 camminarono dieci giorni attraverso le Ande per salvarsi e portare in salvo i compagni rimasti nella fusoliera precipitata. E noi che guardiamo, che veniamo “scalati”, siamo la loro montagna. Fabiana Iacozzilli chiude così Oltre. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande, il lavoro presentato in prima nazionale al Romaeuropa Festival, e in quel gesto risiede la domanda che lo spettacolo pone senza mai pronunciarla.

Ma facciamo un passo indietro.

Sulle Ande, in quel tratto di Cordigliera funesto e selvaggio, sono precipitati diversi aerei, dei quali non si è saputo più nulla — fusoliere inghiottite dalla livella accecante dell’inverno bianco, corpi senza nome, famiglie senza risposta. Ma quella del volo 571 della Fuerza Aérea Uruguaya è una tragedia che ha lasciato un’eredità: sedici sopravvissuti in grado di raccontarsi, famiglie che hanno trasformato il proprio lutto, una memoria che si rifiuta di tacere. È questa l’eredità che Fabiana Iacozzilli e Linda Dalisi sono andate a ricercare alla fonte, trascorrendo due settimane a Montevideo per raccogliere le voci dei superstiti — oggi settantenni — e dei familiari di chi non tornò mai indietro. Le hanno registrate, in lunghe ore di interviste e quelle voci adesso abitano lo spettacolo senza commentarlo né illustrarlo, rappresentandone il tessuto docu-sonoro su cui sette performer muovono i loro simulacri bianchi.

I puppets di Paola Villani, vincitrice quest’anno del premio Hystrio-Altre Muse, sono il cuore pulsante dello spettacolo. Composti di legno e schiuma, possono essere compressi e deformati; hanno una consistenza insieme solida e vulnerabile che mantiene la forma ma mostra i segni di ogni pressione o scarnificazione, come i corpi di chi ha patito il gelo e la fame.

È inevitabile pensare all’arte di Alberto Giacometti, e le stesse artiste lo citano nei materiali di lavoro. Sartre lo definì l’artista esistenziale per eccellenza perché le sue sculture incarnavano la fatica di esistere dell’uomo contemporaneo, figure portate al limite fra presenza e dissoluzione; ma le figure di Giacometti sono solitudini assolute, individui che occupano lo spazio nella loro singolarità irriducibile senza mai toccarsi l’uno con l’altro. Villani parte da quella grammatica formale — l’erosione, la verticalità fragile — e la rovescia: i suoi puppets non sono solitudini ma frammenti di un organismo che sulla montagna ha perso i confini dell’individuale per fondersi in qualcosa che lo trascende. Dove Giacometti scolpisce l’impossibilità del contatto, Villani costruisce la necessità della fusione, un candido ossario comune dell’anima. Andrei Balan, Francesco Meloni, Marta Meneghetti, Giselda Ranieri, Evelina Rosselli, Isacco Venturini, Simone Zambelli maneggiano i puppets senza dar loro vita nel senso del teatro di figura tradizionale — li accompagnano, li sollevano con gesti che si stagliano fra la deposizione e la cura, fra il funerale e la carezza. Non mimano le storie che ascoltiamo dalle voci originali dei sopravvissuti, le rappresentano nel senso più puro del termine, andando “oltre” il teatro di figura. Solo Rosselli parla, per chi non può più farlo.

Se all’inizio queste coscienze figurative possono apparire tutte uguali – perché sulla montagna l’individualità si dissolve nella lotta comune per sopravvivere – in realtà, in seguito, a poco a poco, la platea impara a distinguerle riconoscendole nelle storie raccontate, riuscendo a dare un nome a tutti i fantasmi di questi giovani ragazzi costretti a reinventarsi in società. Il titolo di uno dei film che negli ultimi decenni ha raccontato il disastro aereo delle Ande, “La società della neve“, racchiude al meglio il senso della sfida maggiore che i sopravvissuti hanno dovuto affrontare e anche la forza che gli ha permesso di tornare a casa. Venuti a conoscenza attraverso un collegamento radio dell’abbandono da parte della società che aveva interrotto le ricerche ufficiali, i sopravvissuti al primo impatto aereo sono riusciti a resistere per ben 72 giorni alle avversità di una natura ostile alla sussistenza grazie alla loro capacità di costituirsi in una nuova comunità, basandosi sul loro way of life.

Uno dei maggiori meriti di Oltre da un punto di vista epistemologico è quello di essere riuscito a individuare nel rugby il metodo e la condizione d’esistenza di questa “nuova” convivenza. I ragazzi coinvolti nel disastro erano infatti membri di una squadra di rugby — gli Old Christians di Montevideo, partiti proprio per giocare in trasferta in Cile. Il rugby, con il suo regolamento e la sua disciplina, divenne il loro codice civile sulla neve: trasformare l’impatto in slancio, usare la caduta per ripartire, passare all’indietro per avanzare, trasformarsi. Quando ogni regola sociale è stata infranta, quando i figli si sono sentiti abbandonati dalle famiglie, quando persino Dio è stato interrogato della sua esistenza, quando hanno compreso di non poter più contare su nulla e nessuno, l’intuizione vincente di Fabiana Iacozzilli e Linda Dalisi, ancora prima di partire alla volta di Montevideo, è stata ipotizzare che solo il codice del rugby avrebbe potuto rappresentare quell’unica scialuppa di salvataggio cui aggrapparsi, concentrando la loro attenzione sul “calcio di trasformazione“, uno dei calci più importanti di questo sport e che le due artiste hanno interpretato in un’ottica palingenetica. I sopravvissuti vanno “oltre” all’idea del rugby come gioco, così come sono andati “oltre” all’idea di sé e alla fiducia in quello che conoscevano della società e della vita. Questa trasformazione li porta a concludere così la meta più decisiva, conquistata a costo di enormi sacrifici. In quest’ottica, l’antropofagia è solo una delle azioni che hanno permesso la realizzazione di questa comunione trasformata, permettendo a chi non aveva superato l’impatto aereo, le tormente e la valanga del 29 ottobre, di sopravvivere, rivivendo nei compagni che ancora lottavano per la propria vita e nelle testimonianze di quella storia comune. E quando il 22 dicembre del 1972 sedici famiglie uruguaiane poterono sedersi a tavola con i loro figli tornati dalla montagna, pronti a festeggiare il Natale insieme, fu proprio quella comunione — quella carnale e indicibile che aveva permesso ai ragazzi di restare vivi — a trasformarsi nell’abbraccio del ritorno. È a questa comunione che Oltre guarda: non al tabù, non allo scandalo che per decenni ha oscurato tutto il resto, ma alla metamorfosi di corpi che per sopravvivere hanno dovuto diventare altro da sé e accogliere in sé il vicino, letteralmente.

La scena rappresenta quello che resta dopo l’impatto, immerso in un buio di neve. Paola Villani ha costruito uno spazio grigio, quel grigio che non è più il bianco della neve e dell’oblio né ancora il nero della morte ma il colore di ciò che aspetta di sapere da che parte cadere. Al centro campeggia lo scheletro della fusoliera con le lamiere contorte, la carlinga squarciata, e su di essa la parola FUERZA — la stessa che vediamo nelle foto originali del disastro troneggiare in mezzo alla disperazione dei ragazzi smagriti, un urlo sordo che resiste al gelo, da una parte crudele ironia tragica, dall’altra monito anelante. Attorno, sparsi dopo la coinvolgente esplosione sonora iniziale, gli oggetti di una vita interrotta, sedili, valigie, un pallone ovale che vedrà un campo più esiziale. In questo deserto gremito di vita a un certo punto la fusoliera si apre e mostra le verdi valli del Cile, ma non è una stilizzazione  geografica, è il miraggio di chi ha continuato a guardare verso ovest, l’illusione di chi credeva che oltre la prossima cresta ci fosse la salvezza, il sogno di chi stava morendo. In questo ed altri altissimi momenti Iacozzilli lascia fluttuare i puppets in uno spazio squisitamente onirico, che si libera dal peso della gravità e del realismo, fa “parlare” puppets e oggetti di quello che speravano, temevano, desideravano, si va “oltre” la narrazione, senza mai sminuire la solidità documentaria rappresentata dalle testimonianze sonore, collazionate con incredibile rispetto.

Le luci di Raffaella Vitiello emanano un gelo esistenziale che si fa concreta desolazione ad ogni cambio, fino a sfiorare il “cinematico” nella scena della tormenta, utilizzando espedienti che accentuano la poetica dell’intera operazione, mentre il suono di Franco Visioli si fa ambiente fisico più che accompagnamento, complice anche una scelta musicale variegata e apprezzabile. Le  sfide naturali acquistano così sulla scena quel fascino terribile delle catastrofi — quel sublime che trasforma l’orrore in bellezza contemplabile senza svilirne la forza .

Come sempre nel suo lavoro, Fabiana Iacozzilli attinge a stili diversi per creare una sintassi unica che non somiglia a nessun’altra, la figura, il documentario, la performance, il teatro visivo fusi in qualcosa che trasfigura i codici invece di illustrarli, mostrando, dopo la Trilogia del vento, e dopo, specialmente, il successo de Il grande vuoto, di riconfermarsi l’artista più visionaria della sua generazione. Ma anche in questo occorre metodo, che è, ripetendo parole epigrafiche pronunciate recentemente da Roberta Nicolai: “la ricerca, la ricerca, la ricerca”.

E proprio durante un incontro a Teatro India, nel presidio di Teatri di Vetro, Fabiana Iacozzilli e Linda Dalisi  hanno raccontato la loro personale ricerca dei ragazzi delle Ande, esponendo al pubblico quello che nello spettacolo non compare direttamente perché nemmeno i ragazzi – di cui si riproduce in scena la personale prospettiva – potevano averne contezza all’epoca dei fatti: le azioni disperate dei genitori dopo che i soccorsi ufficiali erano stati sospesi, tra i sensitivi consultati di nascosto, i voli privati e i tentativi di un padre che si aggirava per le valli cilene fino a farsi rinominare “il matto che cerca il figlio”. Grazie a questo incontro scopriamo che tredici madri di chi era morto sulla montagna fondarono a Montevideo la Biblioteca Nuestros Hijos — tredici donne che avevano perso tutto decisero di trasformare il lutto in un progetto di vita. All’ingresso c’è ancora una targa che recita:

“Para mantener vivo el recuerdo de los que no volvieron del accidente ocurrido el 13 de octubre de 1972 en la Cordillera de los Andes, sus madres fundamos esta biblioteca. Cada estudiante, cada lector, es recibido aquí, en nombre de nuestros hijos.”

(trad. Per mantenere vivo il ricordo di coloro che non fecero ritorno dall’incidente avvenuto il 13 ottobre 1972 sulle Ande, le loro madri fondarono questa biblioteca. Ogni studente, ogni lettore, è benvenuto qui, a nome dei nostri figli.)

Il motto è “Valor y Fe“, e oggi la biblioteca — oltre ventimila volumi, gratuita per studenti in difficoltà — è gestita dalle sorelle dei ragazzi defunti e rimasti insepolti. Anche questo significa andare “oltre”: prendere il vuoto e farne una stanza piena di libri, prendere l’assenza e farne presenza per altri figli — figli di altri, figli di chiunque abbia bisogno.

E così, quando i puppets di Canessa e Parrado salgono sul pubblico non stanno semplicemente “rompendo la quarta parete”. Lo spettatore è trasformato in ostacolo e in meta, parte di quella società civile che aspetta di accogliere chi torna dall’inferno. I ragazzi delle Ande ci stanno chiedendo se siamo disposti a tendere le mani incondizionatamente a chi vive il disastro dell’oggi, a farci scalare dal dolore altrui, o, se, nella Cordigliera del nostro presente, siamo pronti a farci carico di questa storia per imparare ad affrontare le nostre quotidiane sfide di soppravvivenza. Domande che non ammettono risposte facili, e Iacozzilli e Dalisi hanno l’intelligenza di non darne, ma porle — con questa forza, precisione e bellezza — è già tutto quello che Il Teatro può fare.

 


Oltre. Come 16+29 persone hanno attraversato il disastro delle Ande

ideazione e regia Fabiana Iacozzilli
con Andrei Balan, Francesco Meloni, Marta Meneghetti, Giselda Ranieri, Evelina Rosselli, Isacco Venturini, Simone Zambelli
dramaturg Linda Dalisi
scene Paola Villani
musiche e suono Franco Visioli
luci Raffaella Vitiello
cura dell’animazione Michela Aiello
aiuto regia Cesare Del Beato
assistenti alla regia volontari Matilde Re e Francesco Savino
produzione Teatro Stabile dell’Umbria
in coproduzione con Cranpi, La Fabbrica dell’Attore – Teatro Vascello
con il sostegno e debutto nazionale Romaeuropa Festival
con il sostegno del Centro di Residenza dell’Emilia-Romagna L’arboreto – Teatro Dimora | La Corte Ospitale, Teatro Biblioteca Quarticciolo; con il contributo dell’Istituto Italiano di Cultura di Montevideo; un ringraziamento a Fivizzano27

La foto in evidenza è di Gianluca Pantaleo.

Visto al Teatro Vascello, Roma, 13 novembre 2025

Scritto da: Rotopalco

Rate it

Commenti post (0)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati con *

cos'è rotopalco?

Un progetto di critica teatrale che sfrutta tutte le possibilità della crossmedialità per raccontare la scena teatrale contemporanea fuori dal tunnel commerciale dell’intrattenimento.

Contatti

Newsletter

Ogni domenica mattina ricevi tutto quel che viene pubblicato sul sito durante la settimana!

rotopalco