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I panni sporchi si lavano in famiglia, ma la fortuna aiuta gli audaci.
Una seconda stirpe, di molto peggiore_ Esiodo (Opere e giorni)
Esistono puntate precedenti che ricordiamo sempre ottime e puntate successive che ci raccontiamo inevitabilmente peggiori. La vita appare allora come una serie televisiva e non per una semplice trovata formale ma un’architettura attraverso cui la memoria lavora sul dolore. Nelle puntate precedenti: Scatenare incendi regge su questo dispositivo l’intera operazione e ci chiede come affrontare e sopravvivere quando la fatalità sopraggiunge nella sua banalità, e quale sia il valore della narrazione.
Primo episodio di una saga in cinque atti ideata dal Gruppo della Creta e Pier Lorenzo Pisano, racconta una famiglia di campagna nei confini di un vecchio casolare senza una geografia precisa. Storia di una famiglia in cinquant’anni di storia culturale italiana, dagli anni ’70 fino a oggi. Tutta la linea narrativa è chiara percorrendo l’intero progetto attraverso le cinque puntate, che ho modo di seguire da diverse settimane da una posizione privilegiata, ma già qui emergono i temi portanti, legati alla società e alle sue richieste, nonché alla banalità del male e del dolore, specialmente nei suoi effetti più drammatici.
Se la saga teatrale in cinque episodi troverebbe probabilmente collocazione nei festival, questo primo funziona anche da versatile stand alone. L’universalità del tema e l’uso di linguaggi e codici televisivi immediatamente riconoscibili permettono allo spettacolo di adattarsi a pubblici diversi.
Tutto inizia con una festa, a famiglia riunita, prima della notte in cui tutto si spaccò.

Lo spettacolo ha una struttura a dittico, anzi si potrebbe azzardare una somiglianza a un dittico di Bosch, brulicante e vivido nei colori del caos. Nella prima parte la famiglia si muove nello spazio ristretto che Paola Castrignanò ha costruito per loro, una casa-set, un palcoscenico televisivo dove i personaggi vengono offerti come figure cui affezionarsi, una madre, tre fratelli e il compagno della sorella di mezzo. Questa sezione prosegue tra battute, piccole cattiverie quotidiane, in una commedia borghese apparentemente innocua. Il mezzo scenografico – come uno schermo da cui guardiamo la serie – ci ricorda costantemente che stiamo osservando qualcosa di artefatto, strozzando dal principio una partecipazione emotiva. Nella seconda parte succede qualcosa che spiazza chi si stava abituando a quella storia ovattata nel suo recinto di legno ed elio. Qualcosa cambia gli equilibri. La musica dal vivo di Amedeo Monda, che fino a questo momento ha sostenuto l’impalcatura scenografica tra sigle e jingle di raccordo tra le scene -come nelle migliori serie americane degli inizi anni ‘00 – si ferma dopo il fatto a suggerirci che il suono del dolore è il silenzio. Ed è qui che si comprende la funzione di quella prima parte, che ora ci appare la fotografia sbiadita dell’ultimo momento di felicità della nostra famiglia. Il premio Nobel Orhan Pamuk, ne Il museo dell’innocenza scrive “Era l’istante più felice della mia vita, e non me ne rendevo conto. Se l’avessi capito, se allora l’avessi capito, avrei forse potuto preservare quell’attimo e le cose sarebbero andate diversamente? Sì, se avessi intuito che quello era l’istante più felice della mia vita non mi sarei lasciato sfuggire una felicità così grande per nulla al mondo.”
La felicità non si riconosce mentre la si vive, solo quando è troppo tardi capiamo che era già nelle puntate precedenti quando ne stavamo sognando una ventura, e che proprio quella commedia innocua, fatta di ritmi e tempi comici ineccepibili, era l’ultimo momento di luce prima del disastro. La narrazione sembrerebbe l’unico esorcismo (così ci suggerisce il testo), nascondersi nei sistemi delle frasi, nei ritmi delle sintassi, nelle intercapedini strutturali, alla ricerca di senso.

L’allestimento costringe i personaggi quasi sadicamente. La regia di Alessandro Di Murro e Pier Lorenzo Pisano li tiene stuck in the middle – come non citare in questo senso la scena tra i due fratelli, Riccardo e Serena, un Matteo Baronchelli potente anche da seduto spalle al muro – imprigionati in una sospensione temporale dove tutto si ferma nel rito di una quotidianità spenta, mentre al centro ancora il luogo del delitto si erge come ring di una putrescente sofferenza. Uscire equivarrebbe accettare di vivere e chi resta sogna di vivere ma non ci riuscirà mai più.
“Tutte le famiglie felici si assomigliano; ogni famiglia infelice è infelice a modo suo.”
Ciascun personaggio reagisce al dolore a modo proprio. La madre, Agnese – personaggio che spicca per tridimensionalità – sotto frecciatine e battute, nasconde sciamanica dolcezza. Il fratello più piccolo resiste all’impatto con la fatalità, è l’unico a conservare una debole ironia. La sorella più grande fugge via. Chiara, la mezzana, che della vicenda non vorrebbe essere protagonista, abita la scena in un crescendo disarmante. Max, interpretato magistralmente da Alessio Esposito, si ritrae in un desiderio contrito di quotidianità dimessa, razionale, complessa, conferendo sul piano interpretativo una dignità al suo dolore che la scrittura concentrata sul femminile non gli concederebbe. Il disegno luci di Matteo Ziglio impreziosisce il lavoro della Castriganò, diventando quasi diegetico: quando arriva il disastro, l’impalcatura crolla, come la casa e lo stesso spettacolo. Restano in piedi solo tre pareti bianchissime prive di decorazione. Il casolare diventa un non-luogo senza spazio né tempo. E lì, nel ring dell’infelicità le due sorelle si ritrovano per un’ultima volta a sancire l’irrecuperabilità della felicità familiare. Patto votato a un dolore monocromo.

Proprio in questa seconda parte, certamente più ambiziosa, emergono le criticità maggiori. Il testo, molto letterario, a tratti rischia di scontrarsi con la regia che sembra lavorare per sottrazione. In una storia tanto semplice da sfiorare la banalità, quando i personaggi si trovano privati di tutto, molte parole si dimostrano superflue, depotenziando la vis delle immagini. Mentre al centro, nel momento del trauma – inteso qui nel senso etimologico del termine dal greco τραῦμα, ferita – si avverte una debolezza che smorza l’impatto con la catastrofe per l’occhio più critico. Alcune scene restano, però, potentissime, dalla tenerezza del monologo di un’ipnotica Daniela Giovannetti, al dialogo tra i due innamorati nel momento della fine della loro storia d’amore, che separa le loro strade emotive – Alessio Esposito e Laura Pannia qui raggiungono entrambi dei picchi d’intensità interpretativa quantomai rari nel panorama contemporaneo. Ma non è tutto. Il Gruppo della Creta ha lavorato su un tema che avrebbe potuto scivolare nel melodramma, optando invece per uno spaesamento che ricorda alcuni allucinati quadri poetici di Vittorio Sereni. In Stella variabile costruisce un panorama onirico dove i valori resistono a fatica, lavorando su quella capacità di guardare il dolore da una finestra di irrealtà che ammanta i ricordi “come un color seppia, quello proprio del ricordo“, dove “il protagonista è il solo che si muove tra tutti gli altri, muti ed immobili.” Questo è anche il tema dell’ultimo monologo affidato a Federica Dordei, che spiega il senso dell’intera operazione scenica.

Perchè non sono le età (o le puntate in progressione) a peggiorare, come voleva Esiodo, ma è il ricordo che ci inganna. Bergson distingueva tra tempo della scienza – reversibile, spazializzato – e tempo della vita, irreversibile, fatto di momenti che si compenetrano in quella durata che è la sostanza stessa della coscienza. La memoria non è semplice ricordo, rende presente ciò che è passato, lo fa rivivere non come era ma come ora lo percepiamo, filtrato dal dolore. Proust constata come il tempo disgreghi ogni cosa, ci faccia allontanare dal noi che siamo stati. L’unico elemento che possiamo opporre è la memoria involontaria, che opera per analogia: una sensazione richiama alla mente un’altra analoga prodottasi nel passato. Ma questa memoria non ci restituisce il passato nella sua oggettività, bensì trasfigurato, ammantato di quella luce dorata che solo la distanza temporale sa conferire. Guardiamo sempre alle “puntate precedenti”, convinti che lì c’era qualcosa di migliore. È il modo in cui la memoria lavora sul dolore, ricostruisce un passato che forse non è mai esistito con quella limpidezza che ora, da questo presente devastato, appare l’unico luogo in cui avremmo voluto restare per sempre.
una saga familiare di Gruppo della Creta e Pier Lorenzo Pisano
testo Pier Lorenzo Pisano
regia Alessandro Di Murro e Pier Lorenzo Pisano
con Matteo Baronchelli, Federica Dordei, Alessio Esposito, Daniela Giovanetti, Laura pannia
scenografie Paola Castrignanò
luci Matteo Ziglio
musiche dal vivo Amedeo Monda
writing room Giulio Fabroni, Veronica Penserini, Lorenzo Fochesato, Valeria Chimenti, Rebecca Righetti
organizzazione Ludovica Santuccio
produzione Gruppo della Creta e Pallaksch
con il sostegno del Ministero della Cultura e della Regione Lazio
Visto il 23 settembre 2025 – Festival Colpi di Scena, Forlì
Scritto da: Rotopalco
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