RECENSIONI

Hamlet in purple

today25 Marzo 2026 592

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Nel 323 a.C i generali di Alessandro Magno – passati successivamente alla storia con il nome di diadochi –  si trovarono d’accordo su una cosa sola: il loro re era morto. Non tardarono ad arrivare le narrazioni più disparate sulle cause del decesso. L’ipotesi di avvelenamento era di gran lunga la più accreditata, un complotto da manuale tra gli stessi generali. Molti erano scontenti di quell’impero ecumenico e meticcio che Alessandro stava costruendo, il più vasto che un uomo avesse mai tenuto in pugno e che infatti non tardarono a smontare nel giro di una stagione, facendosi guerra per vent’anni.

Shakespeare conosceva questa antica geometria letteraria, che affondava le radici nella tragedia greca, trasformatasi nei secoli nelle narrazioni nobiliari più archetipiche fino al semi contemporaneo Belleforest— un re giusto che muore in circostanze oscure, il trono occupato prima che il corpo sia freddo, i successori che trasformano il lutto in paralisi e la paralisi in tragedia. Valentino Mannias — tra gli ultimi riconoscimenti, Premio Ubu 2024 —  ha deciso di vestire questo lutto di viola. Colore della Quaresima – periodo di  penitenza liturgica che in epoca medievale interrompeva le rappresentazioni teatrali  –  e del cordoglio regale, l’artista sardo lo indossa in una vestaglia di velluto con ricami dorati, che richiama gli abiti da lutto ancora in uso nella casa reale inglese, per celebrare insieme al pubblico dell’Angelo Mai a Roma, proprio in un weekend quaresimale, il lutto della famiglia reale di Elsinore e- più ambiziosamente – del teatro.

Nell’oscurità di una scena macabra, dai toni rock goth  e dark, tra le volute di fumo che accompagnano l’ingresso in sala di Luca Spanu e dei suoi calici sonori, solo un bagliore caldo spezza quest’algida aria di sepolcri, incorniciando il teatrino per burattini che abita il fondale centrale del palco. Da lì, Mannias, dopo l’ouverture simbolica che preannuncia la morte del Re, si apre al racconto della vicenda di Amleto, in un fine lavorio istrionico che sa di novecento.

PRONTO INTERVENTO: AUDIO SINOSSI DI AMLETO (saltala pure se ti senti confident)

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    Hamlet in purple Rotopalco

Il monologo condensa in soli 60 minuti i punti nevralgici della tragedia, in una traduzione in endecasillabi del testo originalissima, figlia della formazione e consuetudine poetica dell’artista sardo (spesso impegnato in competizioni in lingua sarda campidanese), attingendo dalla poesia estemporanea e dalla composizione rap, e capace di restituire al verso shakespeariano tensione fisica e urgenza contemporanea. In costante dialogo con la musica di Spanu, in diversi punti  Mannias si rivolge al musicista come a Orazio. In questo modo, la sua musica sembra vestire i panni della verità nel cui nome Amleto è convinto di agire, ora come cristallofono d’oltretomba, ora come liuto di corte, ora popolare canto funebre di Ofelia, ora regale requiem per violoncello. La musica ha il pregio di inserirsi nella partitura drammaturgica come personaggio e come coscienza, sostenendo, contraddicendo e dialogando con la parola virtuosamente agita di Mannias/Amleto, che pur mostra qui e là, tra gli incisi recitati di petto – forse viziati dal microfono ad archetto –  limitati e trascurabili cedimenti di energia.

I personaggi nella prima parte della pièce non hanno “corpo”, arrivano per efficaci modulazioni di voce dal racconto di Amleto, finché i burattini dall’estetica squisitamente arcaica e popolare di Is Mascareddas non entrano all’opera dall’atto II, prima con Rosencrantz e Guildenstern e poi, per la messa in scena del Gonzago rivelatore degli intrighi cortigiani, con Claudio, Gertrude e il defunto Re. Amleto manovra dal basso la sua corte di legno, come un uomo che conosce già il finale della sua storia, lo rielabora insieme al pubblico per accettare quella fine tragica e concedersi alla fine il lusso del lutto. A se stesso assegna una marionetta con il classico manico a forma di croce — fantoccio più nobile, tradizionalmente riservato agli eroi e alle storie epiche  — il proprio alter ego, il Logos di Amleto incarnato nel legno delle bare. Il teatro di figura introduce nella pièce un tema portante dello spettacolo di Mannias, da sempre impegnato nella ricerca di un’urgenza politica e insieme poetica della sua arte. In bilico tra realtà e finzione, marionetta e burattini sono il Teatro di Amleto, insieme tempio/recinto sacro, ricordo e finzione, rappresentano una realtà già avvenuta, nell’ombra di sogno di un tormento che si finge recherche. Amleto non cerca la pace, forse non cerca più nemmeno la vendetta. Al racconto della morte del principe, la marionetta viene adagiata su una cassapanca come su un catafalco, la storia si interrompe e allora si intuisce più chiaramente che non si stia assistendo a una messa in scena dell’Amleto shakespeariano ma a un tentativo rituale. Il lutto ricercato in scena non è per la morte dell’anziano padre, ma per la propria. Nel limbo del palcoscenico, l’aura cimiteriale disegnata dalle luci di Andrea Gallo guida il pubblico in sala alla “follia” post mortem di Amleto, la stessa che in vita lo aveva avvicinato al teatro come specchio della realtà e che ora lo porta a mourir sur scène un’ultima volta, in una celebrazione collettiva che, a partire da alcuni interventi spiritosi con l’audience, passando per un goffo tentativo di interpretazione condivisa del noto monologo “Essere o non essere”, alla distribuzione di radi lugubri mazzetti di violette secche, si fa funerale.

Eppure, sarebbe forse ingenuo finirla qui, consegnando la pièce ai posteri come un curatissimo lavorio artigianale sull’Amleto dalla postura antica – a tratti vintage – , per interpretazione e composizione scenica. Dietro alla morte della marionetta di Amleto principe dovremo vedere quella dell’Amleto-attore-regista-foul che ha creduto nel valore della rappresentazione, nel senso più politico di questa nobile arte, e quindi, per sineddoche, del teatro di cui si fa sostenitore.

In base a questa progettualità la “question” di Amleto si rivolgerebbe al settore, agli addetti, chiedendo “che cosa può essere il teatro quando tutto sembra finito”, come scrive il Mannias nelle note di regia.

Mentre getto il mio mazzetto di violette sul corpo ligneo di Amleto, sento che il modo migliore per celebrare il defunto sia terminare la storia delle esequie di Alessandro lasciata a metà all’inizio di questo scritto.

Studi recenti hanno ormai stabilito che quando i generali lo seppellirono, Alessandro il Grande era ancora vivo (lo stato di decomposizione tardò ben 6 giorni a iniziare secondo le fonti). Una malattia esotica e rara, all’epoca sconosciuta, lo aveva paralizzato senza togliergli la coscienza: vedeva, sentiva, capiva tutto — incluso il fatto che stessero già litigando sull’eredità mentre preparavano il ricco sarcofago (per un attimo immaginiamolo viola!). Quel che i suoi seguaci avevano interpretato come l’estrema evidenza numinosa della divinità dell’imperatore – dalle leggende ritenuto figlio di Zeus! – era in realtà un segnale di sopravvivenza. I medici chiamano questa condizione pseudotanatos, falsa diagnosi di morte.

Vittima di questa diagnosi da diversi secoli, il teatro “sembra” sempre sul punto di finire, capace di autosabotarsi benissimo senza l’aiuto della politica (anche se quella non tarda a metterci lo zampino!), ma poi, in spazi non convenzionali come l’Angelo Mai, vanno in scena lavori come Hamlet in purple e forse a essere “finito” è solo il fantoccio di Amleto, attore di un teatro a sua volta fantoccio che non sa più leggere la realtà e parlare al suo pubblico – un teatro di cui accogliamo serenamente la scomparsa – mentre il Principe, forse, gode ancora di ottima salute, insieme a un settore che da alcuni anni ha già accettato fattualmente la fine di un’epoca, superato il cordoglio e sepolto ingombranti “maestri”, mostrandosi pronto a cambiare registro dal basso, nelle buone pratiche di una nuova generazione guerrigliera di cui Mannias è solo uno dei più interessanti esponenti, entrambi in attesa di morire nuovamente in scena in un altro pezzo di buon teatro.

 


Visto all’Angelo Mai a Roma il 20 marzo 2026

traduzione, regia, drammaturgia Valentino Mannias
musiche originali e sound design Luca Spanu
con Valentino Mannias e Luca Spanu
collaborazione teatro di figura Is Mascareddas 
cantanti Emanuela Orrù, Federica Orrù
light designer Andrea Gallo
produzione Valentino Mannias, Bluemotion

Scritto da: Rotopalco

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