Una casa divisa in due piani, un uomo che tace, una donna che parla, e intorno l’eco di una città che osserva. Al Teatro Vascello di Roma, Putéca Celidònia rilegge l’assurdo beffardo di Beckett a partire dai racconti reali del Rione Sanità. Ma in tanta cura registica e poesia visiva, si può forse smarrire qualcosa della carne viva del teatro?
Originaria di un paese siciliano, so bene che al sud ci sono giornate in cui tutto resta fermo, ma sotto la pelle pulsa una febbre leggera. Quelle giornate in cui si cerca disperatamente di far finta che tutto vada bene. Felicissima Jurnata racconta proprio quella febbre: la mette in scena con ironia, dolore, poesia. È uno di quegli spettacoli che ti rimangono impressi nella memoria, e no, non per un eccesso emotivo! Piuttosto, per la misura chirurgica con cui taglia e cuce frammenti di umanità marginale, sublimata. Un’esperienza immersiva che conquista per la sua precisione formale, ma che rischia anche – per alcuni – di lasciare il cuore appena fuori campo.
Putéca Celidònia prende Giorni Felici di Beckett e lo trasfigura in un viaggio a due livelli: uno reale e uno simbolico. Non un adattamento, né una parodia, ma una mutazione. Le note beckettiane diventano ritmo da basso napoletano, filtrate dalla lingua del Rione Sanità e cucite con ago e filo in uno spettacolo a doppio strato. L’operazione è intellettualmente stimolante, fonde antropologia e poetica teatrale, ma potrebbe risultare a tratti troppo contenuta, come se la necessità di essere “bello” o “funzionale” vincesse su quella di essere “vivo”.
Il dispositivo scenico – ideato con una minuzia artigianale quasi archeologica – è diviso in un “sotto” e un “sopra”, come nei bassi veri, dove il pubblico è voyeur, come chi guarda dentro i bassi dai marciapiedi, da una finestra socchiusa. La casa si offre e si nega, ci ignora e ci chiama. L’effetto è straniante e affascinante: i rumori della strada – extradiegetici, ma onnipresenti – sono come le voci degli estranei che passano, che guardano, o dei ricordi che tornano a bussare. Il pubblico resta al di qua della soglia, testimone silenzioso di un microcosmo familiare che si lascia abitare.
Lello, il marito, giace negli abissi domestici, immerso in un blu marino che non è solo suggestione cromatica ma vera condizione esistenziale: ventre della casa, della moglie, del tempo. Lina, la moglie, è sopra, nel piano visibile, esposto, tra palco e altare. Ricama, tiene insieme brandelli di ordine domestico mentre tutto intorno si sfalda. Lui tace, ascolta, si muove come un subacqueo che ha imparato a respirare piano pur di non fare rumore. Una vita in apnea.
Visivamente, una delle scenografie più originali e simboliche viste negli ultimi anni a teatro. Ma la disposizione – per quanto brillante – pone una sfida: i due attori non si vedono, non si toccano (se non alla fine della pièce). Questa scelta potrebbe inserire un fattore di rischio nella riuscita dell’interpretazioni.
Eppure, Antonella Morea è di una precisione commovente. Ricama un personaggio che è insieme presenza e reliquia. Fa credibile l’eccesso, tenera l’insistenza, comica la disperazione. La sua voce è memoria e richiamo. Dario Rea è il controcanto perfetto: silenzioso, sottomarino, ma mai invisibile. I due attori – pur separati su due piani – respirano insieme. Una prova d’attore che mostra come il virtuosismo possa esistere anche nella sottrazione testuale.
Il testo di Emanuele D’Errico – costruito su una vera ricerca nel Rione Sanità – tiene insieme Beckett e la Napoli popolare senza snaturarli. C’è un’ironia tagliente, ma mai crudele. Una povertà che non si nasconde e non si lamenta. Ninù riempie il vuoto con la meticolosità del gesto, con il culto della casa, con una logorrea tenera e invincibile. Lello, invece, scivola nel fondo: nel liquido, nell’inarticolato, nell’oceano familiare dove tutto si placa e nessuno fa domande. La scrittura è precisa, evocativa, a tratti lirica, eppure radicata nella parlata quotidiana, senza mai sfiorare il letterario e l’intellettuale. Un esempio di teatro d’autore accessibile ma mai semplificato.
Inoltre, la lingua napoletana – usata con pochi filtri e le edulcorazioni sufficienti a renderla comprensibile a un pubblico non locale– è un funzionale strumento drammaturgico, non un orpello dialettale. Nonostante la sua densità, riesce a immergere lo spettatore nel contesto sociale di riferimento. È un (altro) rischio che si trasforma in risorsa. Il pubblico non si perde, anzi si ritrova. Anche quando non afferra ogni parola, sente tutto. Un uso del dialetto che esce dai cliché e diventa struttura stessa della comunicazione emotiva.
Last bus not least, regia è attenta, minuziosa, perfettamente calibrata. Nulla è lasciato al caso. Eppure, forse, proprio lì si annida il paradosso: è tutto così ben fatto che sembra mancare un po’ di “pancia”. Un po’ di vitalità caotica, quel calore disordinato che a Napoli si respira tra le lenzuola stese e le voci che si accavallano. Il virtuosismo degli attori, sebbene eccellente, rischia di chiudere lo spettacolo in una bolla di perfezione: tanto da rendere difficile, a chi guarda, trovare una crepa in cui infilare la propria emozione più scomposta. La scrittura è impeccabile, ma a tratti controllata, come se temesse di lasciare entrare un eccesso di realtà. Eppure, proprio quell’eccesso, forse, avrebbe potuto accendere ancora di più l’intelligenza drammaturgica dell’intero impianto.
Una scelta stilistica? Forse. E nobilitante, certo. Ma resta un piccolo brivido mancato. Uno spettacolo che tende al sublime, ma rischia – per eccesso di controllo – di perdere l’immediatezza emotiva.
Felicissima Jurnata è un piccolo capolavoro di precisione, visione e tenerezza. Un teatro che parla con più voci, che racconta il tempo con lentezza e poesia, che trasforma l’assurdo in antropologia e l’ordinario in gesto sacro. Una giornata felicissima in una realtà che non ha nulla di felice. E proprio per questo, una giornata che vale la pena guardare, anche da dietro la finestra. Una vita che la vale la pena di essere vissuta. Uno spettacolo che merita di essere visto.
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play_arrowThe Offspring - The Kids Aren't Alright (Official Music Video) Puteca Celidonia
Crediti
drammaturgia e regia Emanuele D’Errico
con Antonella Morea e Dario Rea
e con le voci delle donne e degli uomini del Rione Sanità
scene Rosita Vallefuoco
musiche originali Tommy Grieco
suono Hubert Westkemper
luci Desideria Angeloni
costumi Rosario Martone
aiuto regia Clara Bocchino
realizzazione scene Mauro Rea
macchinista Michele Lubrano Lavadera
fonico Stefano Cammarota
foto di scena Laila Pozzo
ufficio stampa Linee Relations (Valeria Bonacci, Giorgia Simonetta)
produzione Cranpi, Teatro di Napoli – Teatro Nazionale, Putéca Celidònia
in collaborazione con La Corte Ospitale – Forever Young 2022
con il sostegno di Teatro Biblioteca Quarticciolo
e di C.RE.A.RE Campania Centro di residenze della Regione Campania

