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Nelle Cosmicomiche, Qfwfq non sa dire cosa sia, solo come stava: a quale distanza da un’altra massa, con quale orientamento, in quale relazione con ciò che gli stava accanto. Prima ancora di avere forma riconoscibile aveva una posizione. Calvino applicava, potremmo dire, la grammatica originaria dell’universo, anteriore alla luce, alla materia solida, persino anteriore al linguaggio con cui si potrebbe descriverla. È da questa grammatica — non dall’astronomia né dalla mitologia, sebbene il titolo le richiami entrambe — che Luna Cenere costruisce Àgape – the cosmic ballroom, presentato in anteprima alla XXVI edizione di Primavera dei Teatri a Castrovillari e approdato in prima assoluta al Campania Teatro Festival 2026.
Il titolo suggerisce una intenzione programmatica, che vale la pena sciogliere. L‘àgape è quella forma d’amore distinta dall’eros — dipendente da una narrazione meramente descrittiva, consumabile, spettacolare per natura, dotato della drammaturgia intrinseca del desiderio che si compie o si nega — perché, al contrario, era l’amore senza evento, declinato in alleanza, fiducia sedimentata nel tempo, quel modo in cui due corpi sanno già dove si trovano l’uno rispetto all’altro anche al buio, senza che nessuno lo debba dichiarare. Non vi è necessità, contro ogni tentazione ermeneutica, di scomodare le accezioni di amore coniugale o di amore divino, incondizionato e universale che questo concetto ha avuto rispettivamente per la società greca antica e la filosofia cristiana, perché la coreografa campana sembra approfondire la sua traduzione di “ordine cosmico”, pur avendo evidentemente attraversato in fase di creazione la densità archetipica di questa polisemia.
In scena, i corpi nudi di Ilaria Quaglia e Davide Tagliavini non sono dunque da intendersi come dichiarazione estetica, bensì una riduzione a essere. Avanzano sul linoleum verso il proscenio come masse celesti che seguono una traiettoria già stabilita prima di qualsiasi intenzione cosciente, apparentemente senza un obiettivo, ignare delle norme terrestri, paghe dell’improduttività del proprio lento incedere, divine, extra-umane. Esistono per sè e per l’altro, in una complicità trovata in un Big Bang che non ci è dato cogliere. La coreografia fotografa l’esistenza di due corpi non nella cosmogonia della loro nascita, nè al tempo della loro prima collisione, bensì nella consuetudine come forma di sussistenza, nell’accordo come postura, in uno degli istanti che inquadrano una relazione che non ha bisogno di raccontarsi, regolata da un ritmo sovraterrestre e da leggi apocrife, segrete. Se la musica elettroacustica di Renato Grieco, eseguita dal vivo in un rapporto con la coreografia, a tratti di contrappunto, a tratti di silenzio deliberato, e il disegno luci di Nicola Mancini stabiliscono le coordinate dello spazio, questa coreografia dello stare inquadra con eleganza la dimensione del tempo e dell’esistenza di questi corpi. Una volta giunti sul proscenio, ancora di spalle, sembrano fermarsi. Eppure, le dita si muovono in un intreccio lentissimo — un abbraccio che non si chiude mai del tutto, una danza sottratta allo sguardo come il gesto di chi ha dimenticato di essere osservato.
In quel micro-movimento capillare in cui l’intimità non è costruita per essere vista ma si lascia intravedere, assistiamo alla quotidianità di questo amore con la stessa casualità con cui si sorprende una conversazione privata in una lingua che non ci appartiene. Quaglia e Tagliavini non incarnano un concetto, danno forma a un’armonia, alla scommessa di quiete di Luna Cenere — non sentimentale o meditativa, ma la quiete strutturale di un universo che da lontano non fa rumore, non conosce la nostra Terra che non tollera la lentezza, nè le guerre coi loro tweet e comunicati stampa, nè la frenesia di un presente che in un impazzito horror vacui corre a colmare qualsiasi vuoto prima che possa diventare un Nulla. Luna Cenere propone nei nostri dark times dell’irrequietezza la possibilità luminosa di un equilibrio garantito da una consuetudine alla tenerezza, di un’alleanza misurata da leggi di ordine naturale, di un’umanità divina ancora avvezza alla cura e all’esistenza lontana dal mondo della selvaggia narrazione di sè a scopi di vitto. Nella realizzazione di questa occasione risiede forse la vera forza di questo lavoro, offrendo al pubblico uno scenario irripetibile, irraggiungibile, ma proprio per questo appetibile, seducente, necessario.
Crediti
Coreografia e concetto di Luna Cenere
Performer e collaboratori Ilaria Quaglia e Davide Tagliavini
Musica dal vivo e performance Renato Grieco
Scena Sara Palmieri
Assistente alle scene Alessandra Avitabile
Realizzazione scene Alovisi Attrezzeria
Disegno luci e direzione tecnica Nicola Mancini
Project manager Fulvia Orifici
Produzione Associazione Culturale Zebra Cultural Zoo, Solares Fondazione delle Arti Teatro delle Briciole e Teatro di Napoli – Teatro Nazionale .
Con il sostegno di Orbita | Spellbound – Centro Nazionale di Produzione della Danza; IntercettAzioni – Centro di Residenza Artistica della Lombardia / Circuito CLAPS; del progetto di cross-residency promosso da CINARS, NID – New Italian Dance Platform e l’Agorà de la Danse (Montréal); Körper | Centro Nazionale di Produzione della Danza; Teatro Pubblico Campano; TAN – Teatri Associati di Napoli.
Visto a Castrovillari in occasione della prima giornata festivaliera di Primavera dei Teatri, il 26 maggio 2026.
Scritto da: Rotopalco
danza contemporanea luna cenere primavera dei teatri
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